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Banche centrali: qualcosa sta cambiando?

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Si respirava un’aria un po’ diversa ieri sui mercati. Il membro della Fed Lacker ha invocato un rialzo dei tassi per prevenire un possibile spike dell’inflazione come quello avvenuto nel 1994, aggiungendo che la storia suggerisce che i tassi dovrebbero essere l’1.5% più alti per questi livelli di disoccupazione e inflazione. A questo, che potrebbe rientrare nel consueto balletto di dichiarazioni da parte dei membri della Fed, si è aggiunto un abbozzo di “taper tantrum” europeo in quanto, stando ad alcune fonti non identificate, starebbe emergendo in seno alla BCE  la volontà di ridurre gli acquisti di bond in step da 10 miliardi di euro al mese. Questo ha portato a un rapido rimbalzo dell’euro fino a testare la parte superiore del range stretto 1.11-1.1250 che occupa ormai da molti giorni. I rendimenti sui titoli di stato decennali statunitensi sono saliti a 1.69% e quelli tedeschi a -0.05%.

 

Il crollo dell’oro

Vittima predestinata di questo nuovo sentiment sui tassi è stato l’oro che ha fatto segnare il più forte ribasso degli ultimi tre anni. Poiché l’oro non paga nessun interesse, un rialzo dei tassi aumenta il “costo-opportunità” di detenerlo. Sull’oro, inoltre, vi sono molte posizioni speculative al rialzo che probabilmente erano state incrementate negli ultimi giorni alla ricerca di un bene rifugio nel caso di un eventuale aggravarsi della crisi bancaria europea. La rottura al ribasso del supporto a 1300 dollari ha portato ad una massiccia liquidazione di tali posizioni.

 

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Le critiche verso le politiche delle banche centrali

Se effettivamente l’approccio delle banche centrali sta gradualmente cambiando, questo è probabilmente dovuto anche alle critiche che da più parti vengono mosse verso la politica di tassi estremamente bassi o negativi per gli effetti che questi hanno sulla profittabilità del settore finanziario e sulla remunerazione del risparmio privato.

Tassi bassi riducono il net interest margin delle banche poiché queste sono spesso riluttanti a trasferire i ribassi sui clienti, specie quando si tratta di tassi negativi. Il flattening della curva dei rendimenti, inoltre, fa sì che le banche, che nella loro attività caratteristica trasformano passività a breve in attività a lungo termine, vedano ridursi il margine di profitto.

E’ pur vero che la politica dei tassi bassi ha anche effetti positivi per le banche stesse. Tra questi, la rivalutazione degli asset finanziari che hanno in pancia e di cui hanno ampiamente goduto negli anni scorsi ma che ora sembra arrivata al capolinea e la potenziale riduzione dei NPL in presenza di condizioni di finanziamento meno onerose per i clienti (aspetto questo che in Italia è però più che controbilanciato dalla crescita economica stagnante degli ultimi 15 anni).

L’effetto dei tassi bassi si fa sentire anche nel settore dell’asset management e su quello assicurativo.  Rendimenti più bassi fanno sì che le fees degli asset manager abbiano un peso maggiore su un rendimento atteso che si riduce e questo determina un flusso di masse verso strumenti di gestione passiva più a buon mercato. Per quanto riguarda le assicurazioni, potrebbe esplodere a livello mondiale il problema di un settore che ha promesso più in termini di rendimenti di quello che può effettivamente pagare.

Detto questo, ascrivere tutti i problemi al livello dei tassi appare un po’ semplicistico e autoassolutorio da parte del sistema bancario. Esistono problemi strutturali da ricercare nell’ overcapacity rispetto alle effettive necessità del contesto attuale, nell’alta percentualle di NPL e nella concorrenza da parte di nuovi operatori tecnologicamente innovativi che stanno invadendo i settori tradizionalmente presidiati dalle banche come il sistema dei pagamenti, il lending e l’asset management.

 

La bolla del debito è destinata ad esplodere?

Vedremo nei prossimi giorni se la pressione al rialzo sui tassi continuerà o se è destinata a consumarsi rapidamento come spesso in passato. Certamente, in un contesto in cui 13 mila miliardi di dollari di bond nel mondo trattano a tassi negativi e in cui, alla ricerca di rendimenti più “elevati”, molti hanno investito su titoli a lungo termine e con cedole molto basse (quindi molto sensibili a variazioni dei tassi), rialzi anche limitati dei tassi potrebbero propagare onde sismiche piuttosto violente sui mercati. Proprio ieri il tesoro italiano aveva emesso un titolo a 50 anni al 2.85% e i rendimenti sugli analoghi titoli a 50 anni spagnoli avevano toccato in mattinata un nuovo minimo a 2.48%. Per un  rialzo dei tassi dell’1% questo tipo di bond scende del 23%!!

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