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Globalizzazione, disuguaglianza e prospettive future

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Con un uno-due da KO, il referendum britannico e l’elezione di Trump hanno mandato un segnale assordante contro la globalizzazione e contro le politiche di accoglienza dei migranti. La portata di questo messaggio è ancora più preoccupante perché viene da due paesi che hanno fatto dell’apertura verso l’esterno e della multietnicità i loro tratti distintivi.

Il destino della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni rischia di essere segnato da due muri: quello crollato 27 anni fa a Berlino e quello che Trump si accinge a costruire al confine con il Messico. E’ all’interno di questo intervallo temporale che la libertà di circolazione di merci, persone e capitali, raggiunge il suo apogeo.

Oggi l’idea di globalizzazione è messa in discussione perché tra i ceti medio-bassi dei paesi più sviluppati, fiaccati da quasi un decennio di crisi, è maturata la convinzione che il ritorno ad una sorta di protezione delle economie domestiche da una brutale (e talvolta sleale) concorrenza globale e un più stretto controllo dei flussi migratori possano migliorare le cose, rendendo “Great again”( per dirla con Trump) un occidente stanco e disilluso, in cui gli ideali di libertà e solidarietà si inaridiscono di fronte a condizioni di vita che continuano a peggiorare.

 

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E’ lecito chiedersi se la globalizzazione ha portato un miglioramento  nelle condizioni di vita a livello globale.

La risposta sembra essere affermativa. Dalla seconda metà degli anni Ottanta ad oggi la disuguaglianza nel mondo è scesa e oltre un miliardo di persone sono uscite dalla soglia di povertà.

 

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I problemi nascono da come si sono distribuiti i vantaggi della globalizzazione stessa. Se ampie fasce della popolazione mondiale hanno approfittato di tale processo per migliorare le proprie condizioni di vita, è anche vero che molte “vittime” sono rimaste sul campo, sacrificate all’altare della concorrenza globale.

Branko Milanovic,  uno dei più noti studiosi della disuguaglianza, ha documentato come tra i vincitori si possano annoverare le classi medio-alte dei paesi asiatici quali ad esempio Cina, Tailandia e Vietnam e le élites a livello globale (l’1% delle persone detiene oggi il 50% della ricchezza mondiale; 62 ultraricchi detengono lo stesso ammontare di risorse di tre miliardi e mezzo di persone).

Tra i perdenti vi sono le classi medio-basse dei paesi sviluppati, le stesse che oggi reclamano una inversione di rotta, qualunque essa sia, anche attraverso dei leaders talvolta discutibili. L’importante è che si presentino come alternativi rispetto allo status quo.

 

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Negli Stati Uniti la disuguaglianza è salita a livelli che non si vedevano dalla seconda metà degli anni Venti e questo contribuisce a spiegare il coagularsi dell’insoddisfazione che ha portato all’elezione di Trump.

 

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Dunque la globalizzazione ha portato ad un calo della disuguaglianza a livello globale ma ad un aumento della disuguaglianza interna.

La maggiore equità nella distribuzione del reddito a livello globale è però difficile da percepire per il singolo mentre la disuguaglianza all’interno dei singoli paesi viene vissuta dolorosamente ed è su questa che si forma l’opinione pubblica e si alimenta lo scontento.

Mettere un freno alla globalizzazione tramite l’imposizione di tariffe o la rinegoziazione dei trattati commerciali come sostenuto da Trump potrebbe migliorare le cose?

Certamente una maggior tutela delle classi più svantaggiate e una distribuzione più equa dei vantaggi della globalizzazione attraverso politiche governative più lungimiranti sarebbero state auspicabili.

E’ anche vero però che chiudere i confini in un mondo in cui la comunicazione e le idee viaggiano in tempo reale da un capo all’altro del globo appare un po’ anacronistico. Se la libera circolazione delle merci viene oggi vista in molti casi come dannosa dall’opinione pubblica, la globalizzazione digitale viene invece considerata come un diritto e ogni restrizione come una limitazione della libertà. Ma le due dimensioni della globalizzazione sono spesso connesse, basti pensare per esempio all’e-commerce internazionale. Porre un freno a cambiamenti economici e sociali epocali, quali quelli che stiamo vivendo, probabilmente non è possibile.

Additando oggi la globalizzazione come la madre di tutti i mali rischiamo anche di rivolgerci contro il “nemico” sbagliato.

Già da alcuni anni la globalizzazione ha allentato la presa e l’apertura dei mercati sembra aver segnato il passo. Da dopo la grande crisi del 2008/2009, l’espansione degli scambi internazionali si è arrestata. In parte ciò è dovuto all’accresciuta regolamentazione e al moltiplicarsi delle attitudini xenofobe ma è anche vero che parecchie opportunità sembrano essersi esaurite. Molte attività sono già state delocalizzate e in molti casi, nei nuovi paesi di produzione, sono state o stanno per essere automatizzate. Foxconn, la società che produce per Samsung e Apple, ha sostituito quest’anno 60.000 lavoratori su 110.000 con dei robot.

La vera sfida che devono oggi affrontare quelle stesse classi che ora tentano di difendersi dalla globalizzazione è la tecnologia, che si appresta a cambiare le nostre esistenze in un modo mai visto prima. La Quarta Rivoluzione Industriale è già tra noi e con una velocità esponenziale annienterà l’organizzazione del lavoro come la conosciamo oggi.  Robot, intelligenza artificiale, veicoli autoguidati, stampanti 3-D, biotecnologie e nanotecnologie popoleranno le nostre vite in un futuro estremamente prossimo.

 

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La profondità dei cambiamenti economici e sociali che tale rivoluzione porta con sé non ha precedenti nella storia dell’umanità. Stando alle stime di alcuni ricercatori dell’università di Oxford, nel prossimo futuro negli Stati Uniti il 47% dei lavoratori potrebbe essere sostituito dalle macchine.

Si tratta di un processo di tale portata e pervasività che richiederebbe una pianificazione adeguata per evitare un ulteriore aumento della disuguaglianza. Se la globalizzazione ha trovato governi e organismi internazionali impreparati a difendere gli interessi dei perdenti, sarebbe lecito aspettarci oggi, alla vigilia di questo tsunami tecnologico, una visione strategica a livello globale che definisca un argine all’interno del quale questa rivoluzione possa incanalarsi esprimendo al massimo il suo potenziale in termini di efficienza e produttività ma limitando per quanto possibile l’insorgere di nuovi squilibri sociali.

Tale strategia dovrebbe tra le altre cose prevedere la predisposizione di politiche di sostegno e reskilling per i lavoratori, disegnare un framework regolamentare adeguato, riflettere sui risvolti di natura etica che molte delle nuove tecnologie portano con sé. Riteniamo però che tale auspicio rimarrà probabilmente lettera morta vista l’appurata incapacità delle classi dirigenti contemporanee di disegnare una strategia per un futuro migliore e più equo andando oltre la ricerca del consenso di breve periodo.

 

 

Lorenzo Ippoliti 

 

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