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Perché investiamo solo in ciò che ci è familiare

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Nelle scelte di tutti i giorni tendiamo a privilegiare quello che ci è familiare. Andiamo a mangiare negli stessi ristoranti, frequentiamo le stesse località di villeggiatura, acquistiamo gli stessi prodotti negli stessi negozi.

Questa tendenza, che in inglese viene definita familiarity bias, ci porta a preferire ciò che conosciamo rispetto a ciò che non conosciamo. Lo sanno bene i professionisti del marketing quando, con la ripetizione continua dei messaggi, fanno sì che un determinato brand ci diventi familiare. A ciò che conosciamo associamo, talvolta inconsciamente, una connotazione positiva mentre diffidiamo di ciò che non ci è familiare.

Come tutte le altre scorciatoie euristiche (ragionamenti di tipo intuitivo che ci consentono di prendere decisioni velocemente in presenza di situazioni complesse e/o di informazione incompleta), il concetto di familiarità si rivela utile nel guidare molte delle scelte che facciamo nella nostra vita quotidiana ma a volte può avere anche dei lati negativi.

Nel campo degli investimenti la tendenza ad allocare le risorse su quelle attività finanziarie con cui si ha familiarità può portare alla costruzione di portafogli sub-ottimali in termini di rischio e rendimento atteso.

In campo internazionale tale fenomeno prende il nome di home bias e consiste nel sovrappesare gli investimenti domestici rispetto a quelli esteri. Se in passato questo poteva esser dovuto a restrizioni legislative, difficoltà ad accedere a mercati esteri o scarsità di informazioni, la preferenza per i titoli domestici appare meno giustificata nel mondo globalizzato e iperconnesso in cui viviamo. Ad onor del vero negli ultimi anni si sta registrando una certa tendenza a correggere questo squilibrio, ma l’attitudine a privilegiare investimenti domestici permane.

La familiarità con le attività finanziarie domestiche genera una presunzione di competenza che a sua volta si traduce in overconfidence (eccessiva fiducia) riguardo alla capacità dell’investitore di prevederne i rendimenti.

È stato inoltre osservato come i residenti in un determinato paese tendano ad essere più ottimisti rispetto al rendimento futuro di un determinato investimento domestico rispetto agli stranieri (relative optimism). Il maggior rendimento atteso sui titoli domestici e il maggior rischio percepito su quelli esteri (dato dal timore verso ciò che non è familiare), alimentano la tendenza all’home bias.

Molto spesso, per un privato, investire è sinonimo di “giocare in borsa”, laddove la borsa cui ci si riferisce è, nella stragrande maggioranza dei casi, quella domestica.

Per avere un’idea di quanto sproporzionata possa essere molte volte l’allocazione dei nostri portafogli basta pensare che i mercati azionari corrispondono solo al 32% dell’universo investibile mondiale e la capitalizzazione della borsa italiana corrisponde solo all’1% di questo 32%, dunque allo 0.32% del totale delle attività in cui è possibile investire!! Grazie al grado di sofisticatezza e di liberalizzazione ormai raggiunto dai mercati mondiali, è oggi estremamente facile investire in mercati diversi da quello domestico.

Nei periodi di crisi gli investitori generalmente vendono i titoli esteri e si rifugiano in quelli domestici con il risultato di concentrare i propri rischi finanziari in un determinato ambito proprio in un momento in cui un maggior grado di diversificazione sarebbe auspicabile.

La tendenza all’home bias diminuisce all’aumentare del grado di sofisticazione dell’investitore ma è stato riscontrato come anche i gestori professionisti tendano a manifestare una certa preferenza per i titoli domestici.

 

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