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L’effetto Trump sul mercato delle valute

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L’elezione di Trump ha avuto un forte impatto sui mercati finanziari che hanno letto la sua vittoria come un segnale di discontinuità netta rispetto al passato. Gli operatori hanno cominciato a scontare un nuovo corso di politica economica caratterizzata da misure fiscali espansive (tagli delle tasse e aumento della spesa, soprattutto per infrastrutture e difesa) dopo che, per tutti gli anni successivi alla grande crisi finanziaria, era stata la sola politica monetaria a farsi carico di fornire gli stimoli necessari alla ripresa economica.
L’adozione di un’aggressiva politica fiscale espansiva in un sistema economico quale quello statunitense vicino alla piena occupazione, ha causato un aumento delle aspettative di inflazione che si sono riflesse in un deciso rialzo dei rendimenti di mercato. I rendimenti sui titoli di stato decennali americani, che avevano toccato un minimo a luglio di 1.35%, sono passati al 2.42% attuale.

 

Il rally del dollaro

Il rialzo dei rendimenti USA ha causato un marcato apprezzamento del dollaro. Dal giorno delle elezioni a venerdì scorso il Dollar Index ha fatto registrare un rialzo del 4.25% (dopo essere arrivato a toccare un +5.90%).
Ha giocato a favore del dollaro anche la prospettiva dell’introduzione di misure volte a favorire il rimpatrio dei fondi che le aziende statunitensi detengono all’estero. L’ammontare di cash detenuto all’estero da parte delle corporations americane per evitare di pagare le tasse in patria viene stimato intorno a 2500 miliardi di dollari, un ammontare pari al 14% del GDP.

 

La forza del dollaro si è però riflessa nei cambi con le altre valute in modo diverso a seconda delle dinamiche economiche relative dei paesi e del tipo di rapporti (politici e commerciali) che ci si aspetta intercorreranno con gli Stati Uniti guidati dal nuovo presidente repubblicano.

 

 

Euro

Per quanto riguarda l’Euro, il diverso posizionamento all’interno del ciclo economico di Europa e Stati Uniti e la reiterazione da parte della BCE dell’atteggiamento espansivo in termini di politiche monetarie, hanno fatto da catalizzatori per il movimento al ribasso che ha portato la moneta unica a toccare un minimo di 1.0340 contro dollaro, il valore più basso dal 2003.

Da molte parti viene dato per scontato un’imminente test della parità per il cambio EURUSD. La nostra view è che, sebbene ulteriori ribassi siano possibili, nel corso del 2017 potrebbe però riprendere vigore la prospettiva dell’inizio della fase di normalizzazione della politica monetaria europea e quindi della fine della politica di acquisti di titoli della BCE. Questo anche alla luce delle recenti tendenze al rialzo dell’inflazione tedesca che non mancheranno di alimentare le proteste dei falchi tedeschi verso le politiche di Draghi.  Ne conseguirebbe un rialzo dei tassi europei che potrebbe arrestare ed invertire il movimento al ribasso dell’Euro.

 

Yen

L’aumento del differenziale dei tassi e l’ondata di ottimismo sui mercati nel dopo-elezioni ha sospinto il dollaro decisamente al rialzo anche contro lo Yen. Il consolidamento di un atteggiamento di  risk-on sui mercati mondiali ha favorito i carry trades sullo yen (tipicamente, quando il mercato è favorevole, gli operatori si indebitano a tassi bassissimi in yen, convertono gli yen in dollari e che poi investono a leva ottenendo  profitti dal “carry positivo” garantito dal differenziale dei tassi).

 

Peso messicano

Il Messico, che fin dall’inizio della campagna presidenziale ha rappresentato il bersaglio preferito di Trump, ha visto la sua valuta, il peso, deprezzarsi del 16% rispetto al dollaro.

Dopo un apparente iniziale ammorbidimento delle posizioni, gli attacchi di Trump si sono fatti di nuovo veementi e i suoi richiami contro la produzione in Messico di prodotti destinati agli Stati Uniti si sono indirizzati direttamente verso singole aziende, quali Ford, General Motors e Toyota.

Una politica ostile da parte di Trump può avere effetti devastanti per il paese centroamericano le cui esportazioni si dirigono per l’80% verso gli Stati Uniti e proprio gli autoveicoli ne costituiscono la voce più importante (24% delle esportazioni totali).

La settimana scorsa la Banca Centrale messicana (Banxico) ha deciso di intervenire sul mercato vendendo dollari e comprando valuta locale per arrestarne la caduta ma gli acquisti della banca centrale, a dire il vero poco incisivi, hanno avuto scarso successo nell’arginare la fuga dal peso che rimane vittima delle bordate via Twitter del nuovo presidente.

 

Renminbi cinese

Un’altra banca centrale, quella cinese (PBOC), è intervenuta a difendere la sua valuta e lo ha fatto invece in modo molto aggressivo.

Il renminbi cinese è stato vittima di costanti pressioni al ribasso nell’ultimo periodo. La banca centrale ha fatto schizzare il tasso overnight sul renminbi offshore (CNH) oltre il 100%. Tassi a breve così alti rendono proibitivo il costo del finanziamento di posizioni al ribasso sulla valuta cinese e costringono gli speculatori a ricoprirsi.

Un effetto collaterale della determinazione mostrata dalla banca centrale cinese nel difendere la sua valuta è stato il crollo della quotazione del Bitcoin. Dopo un impressionante rialzo nel corso del 2016, il bitcoin è infatti crollato la settimana scorsa da 1150 a 820 (-28%) , per poi chiudere intorno a quota 900.

Molti investitori cinesi avevano usato il bitcoin come safe-heaven per proteggersi da ulteriori deprezzamenti della loro valuta. L’uscita in massa da queste posizioni ha determinato la repentina discesa delle quotazioni del bitcoin stesso.

 

Rublo

Si è mosso invece in controtendenza rispetto alle altre valute il Rublo che si è apprezzato rispetto al dollaro grazie all’aumento del prezzo del petrolio e alle prospettive di una rimozione delle sanzioni contro la Russia visti gli ottimi rapporti tra Putin e la nuova amministrazione repubblicana. Questi fattori positivi, insieme a valutazioni molto appetibili del mercato azionario, stanno suscitando l’interesse di molti investitori rendendo la Russia uno dei Trump-trades per eccellenza.

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