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OPEC: tra l’incudine ed il martello

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A partire dall’estate del 2014, fiumi di inchiostro e terabyte di pixel sono stati impiegati per anticipare, commentare, spiegare, confutare, rivoltare le dichiarazioni, le decisioni, i retroscena che hanno costellato in maniera sempre più densa l’agire dell’organizzazione nota con la sigla di O.P.E.C. Ed il perché è presto detto.

L’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio coalizza diversi Stati sovrani (in primis Arabia Saudita, Iraq, Iran) che complessivamente rappresentano di gran lunga il maggior produttore di petrolio al mondo (Grafico 1) e che – rispetto alla produzione globale di greggio– estraggono un barile di petrolio su tre nel nostro pianeta (Tabella 1).

 

La decisione del Novembre 2014

La decisione del Novembre 2014 di non ridurre l’ammontare di petrolio prodotto da questa organizzazione ha accelerato e rischiato di rendere permanente il crollo delle quotazioni del greggio avviatosi a partire appunto dall’estate del 2014 (Grafico 2).

Sono stati molti, forse troppi, coloro che nel tardo autunno del 2014 attribuivano ancora all’O.P.E.C. la funzione di ribilanciatore di ultima istanza del mercato del greggio. E la decisione di non mettere in atto alcun taglio alla produzione da parte della stessa organizzazione è stata letta dal mercato come “la fine” di fatto di questo cartello di produttori.

Alla fine, infatti, è stato pur sempre l’O.P.E.C. – dicevano in molti – ad aver contribuito in maniera decisiva al ribilanciamento del mercato del greggio nell’autunno del 2008, quando il mondo intero pareva sull’orlo del baratro nel cuore della crisi finanziaria che portava al fallimento di Lehman Brothers.

All’epoca, il 151° meeting del Dicembre 2008 decise di portare a complessivi 4,2 milioni di barili al giorno il taglio alla produzione di greggio rispetto a quella (29,045 milioni di barili/giorno) del Settembre del medesimo anno. Ed prezzo del greggio non tardò infatti a riprender quota (Grafico 2).

 

Mutamenti strutturali nel mercato del petrolio

Rispetto ad allora, tuttavia, molto è cambiato, sia in seno all’O.P.E.C che al di fuori di questo.

Diremo schematicamente che:

  1. La crisi dei prezzi del greggio del 2008-09 è stata indotta da un crollo della domanda aggregata (Grafico 3, area rossa) mentre oggi si fronteggia un contesto di prezzi decrescenti del greggio a fronte di una domanda in aumento (Grafico 3, area verde);
  2. La produzione incrementale di petrolio nel mondo è dal Settembre 2008 sostanzialmente mutata ed è in mano agli Stati Uniti d’America (Grafico 4);
  3. Le relazioni politiche e geo-politiche tra i vari membri dell’O.P.E.C. risultano deteriorate.

 

La riunione del Novembre 2016

Riteniamo che questi tre elementi siano stati largamente – ed erroneamente – sottovalutati durante l’autunno del 2014 e che abbiamo invece trovato maggior – seppur tardiva – considerazione in sede del recente meeting del 30 Novembre 2016. In questa occasione si è convenuto ridurre la produzione O.P.E.C. di circa 1,2 mb/giorno a 32,5 mb/giorno a partire dal Gennaio 2017. Si noti come tale valore sia di oltre 7 milioni di barili superiore al livello di produzione pianificato nel Dicembre del 2008 in risposta allo shock della domanda aggregata innescato dalla crisi finanziaria.

In particolare poi, la valutazione del punto 2) da parte dei membri dell’O.P.E.C. merita un breve approfondimento.

Il Grafico 4 mostra senza mezzi termini che dal Settembre 2008 è accaduto uno stravolgimento netto all’interno delle gerarchie dei produttori globali di petrolio. Dopo anni di investimenti e sperimentazioni più o meno felici, le tecniche di perforazione e fratturazione orizzontale dei sedimenti scistosi (c.d. shale oil and gas) di cui gli U.S.A. sono sovrabbondantemente ricchi hanno re-immesso gli Stati Uniti d’America prepotentemente nelle posizioni di testa nella estrazione di greggio, al punto tale che dal Settembre 2008 al Settembre 2014 la produzione incrementale di petrolio negli U.S.A. è aumentata di poco più che di 5 milioni di barili/giorno. L’ordine apparentemente precostituito delle gerarchie di approvvigionamento energetico pare essersi alterato su base permanente.

 

La scommessa persa da parte dell’OPEC

La scommessa – persa – che l’O.P.E.C. decise di giocare nell’autunno del 2014 fu proprio quella di ritenere che l’esplosione di produzione statunitense del 2008-2014 fosse stata possibile solo grazie al fatto che nel frattempo il prezzo del greggio (complici i poderosi stimoli monetari che le banche centrali nel frattempo attuavano su base globale e che aiutavano – Grafico 3 – la domanda globale di petrolio ad riprendere quota) fosse cresciuto in maniera portentosa (Grafico 2), rendendo quindi economicamente sostenibili i miliardi di dollari di investimenti in Drilling and Perforation che non lo sarebbero viceversa stati con quotazioni del greggio meno esose.

La decisione di non tagliare la produzione nell’autunno del 2014 fu presa assumendo che uno sgonfiamento transitorio dei prezzi del greggio avrebbe rapidamente messo fuori gioco i produttori yankee, restituendo al mercato la quota di produzione inopinatamente sottratta dalle ambizione corporations statunitensi.

La realtà s’è fatta nel biennio scorso carico di dimostrare quanto errata fosse stata questa assunzione.

La produzione di petrolio statunitense a fronte di una contrazione del prezzo del greggio di oltre il 60% è calata di meno del 15%, stabilizzandosi attualmente intorno agli 8,5 milioni barili/giorno (Grafico 5). Inoltre, l’accresciuta efficienza ed efficacia delle tecniche estrattive nonché la rafforzata solidità finanziaria delle aziende sopravvissute alla discesa agli inferi degli ultimi due anni rendono estremamente plausibile l’idea che il recente taglio (minimale) della produzione O.P.E.C. fornirà una nuova opportunità di incrementare la produzione statunitense riportandola entro 6-9 mesi nuovamente al di sopra dei 9 milioni di barili/giorno.

 

Il dilemma dell’OPEC

L’O.P.E.C. si trova quindi oggi in una posizione estremamente scomoda. I prezzi del petrolio a livello globale riflettono senza dubbio un nuovo ordine gerarchico che si è instaurato sul fronte della produzione di idrocarburi.

Per un verso, una protratta inazione da parte dell’Organizzazione ne sancirebbe il dissolvimento di fatto, dal momento che un cartello che abdica a favore del mercato nel merito della definizione del prezzo del bene di cui il cartello stesso è produttore non è ipso facto un cartello.

Per l’altro, la riduzione unilaterale della produzione di greggio da parte dei paesi O.P.E.C. rimette automaticamente in gioco soggetti che in altre latitudini riescono con cinica efficacia ad estrarre del petrolio che sino a 15 anni fa risultava tecnicamente inutilizzabile.

In un’ottica di medio termine, l’O.P.E.C. può dal canto suo ragionevolmente creare un pavimento ai prezzi del greggio, ma difficilmente riuscirà come in passato a stimolare le violente ascese dei prezzi mondiali come accadeva non più tardi di 10 anni fa.

 

 

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